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Gli storici fanno risalire la fondazione del Convento di S. Michele Arcangelo (S. Angelo) di Pantanelli al 1216, quando S. Francesco era di ritorno da Firenze, dopo aver incontrato il cardinal Ugolino dei Conti dei Segni. Secondo la tradizione da loro raccolta e trasmessa, il Santo assisiate, informato di questioni d'interesse e di odi tra i fratelli della nobile famiglia dei Baschi, si sarebbe interposto per far tornare la pace tra loro, e ne avrebbe ricevuto, come attestato di gratitudine, il terreno per costruire un “locus” per sé e per i suoi frati. Da un atto notarile datato 5 giugno 1235, nella «selva di Pantanelli» appare già «il luogo dei Frati Minori, che appartiene a Cristo Signore».
Quello di Pantanelli risulta essere uno dei più caratteristici “luoghi” che S. Francesco sceglieva per i suoi “fratelli”. I ricordi che si allacciano alla permanenza del Poverello di Dio in quel Romitorio, e che la tradizione ha tramandato sino a noi, sono:
- la “grotta di S. Francesco”: in un dirupo quasi sul fiume, parte naturale e parte accomodata da mano d'uomo: qui il Santo d'Assisi avrebbe pregato ed abitato;
- la “fonte di S. Francesco”: una vasca incavata nella roccia, tra edera e capelvenere: qui il Santo si sarebbe dissetato, e questa fonte, del resto, è servita lungo i secoli ai frati, come unica sorgente di acqua potabile;
- l'“elce di S. Francesco”: (su un terreno scosceso, nel folto del bosco), che la tradizione vorrebbe piantato dal Santo, come è anche memoria in una “Visita” del 1723, ove si ricorda che, avendolo un padre Guardiano venduto per far tavolini, «non fu possibile reciderlo»;
- lo “scoglio di S. Francesco”: una roccia proprio sulla riva del fiume, accessibile solo quando il Tevere è in magra. Di lassù Francesco avrebbe parlato ai pesci. Narra il Celano che il Santo «aveva tenera pietà per i pesci che, quando poteva, rimetteva nell'acqua ancor vivi dopo che erano stati presi, raccomandando loro di badare a non farsi prendere ancora». E qualche volta gli sarà capitato di ripetere il gesto anche qui, presso Pantanelli.

Tutti questi ricordi sono al di fuori della fabbrica del Conventino rurale; qui niente resta di S. Francesco, ma è probabile che fin dagli inizi i frati si siano costruita una casetta almeno, e non siano vissuti fra le rocce e le grotte. Nel 1235, all'epoca dell'atto notarile menzionato, ci deve essere stata già la parte più antica dell'attuale Convento, che risulta chiaramente, del resto, assegnabile alla fine del sec. XII e inizi del sec. XIII, benché appaia più come casa comune che come convento: forse, anzi, era sede rurale della famiglia Baschi, proprietaria del terreno. Il padre Oliger precisa che deve essere riportato senz'altro a Pantanelli un fatto ricordato dallo scrittore duecentesco frate Servasanto di Faenza: «Volendo - racconta il cronista - un tal frate Giacomo di Faenza conoscere personalmente i compagni di San Francesco, fu destinato in un romitorio dell'Umbria, presso il fiume (unico che corrisponda alla descrizione è Pantanelli). Un giorno, dopo vespro, mentre frate Giacomo andava lungo la riva del fiume, gli apparve il demonio in forma di cinghiale che lo rincorse, attraverso i tetti, sia quando egli si recò in chiesa a pregare sia quando tentò di serrarsi nella cella; e fuggì solo quando il frate cominciò a scongiurarlo in nome di Dio».Ma il fatto più famoso legato alla storia di Pantanelli è il soggiorno prolungato che qui fece il celebre poeta francescano frate Iacopone da Todi.
Qui Iacopone avrebbe superato la tentazione o voglia di «una corata di vitella», di cui è memoria nella Franceschina. Per vincere la tentazione di gola, Iacopone acquistò la coratella e l'appese in cella, dove ogni giorno la baciava e lambiva con la lingua, ma senza mangiarla; finché la coratella si corruppe e il convento fu ripieno della puzza. I frati, scoperto il luogo e la causa di quel fetore, posero frate Iacopone in prigione, dopo però il Signore gli apparve, lo lodò per la sua mortificazione e riempì la tetra stanza di prigione con odore soavissimo.Nella “Visita” del 1723, è rimproverato il guardiano per «il poco decoro con cui vien tenuta la stanza dove ha habitato per molti anni et ha composto le laudi il b. Jacopone da Todi».  Molti storici affermano che a Pantanelli furono da Iacopone composti i «cantici» “Stabat Mater dolorosa” e “Dies trae dies illa”, e l'altro - in volgare – “O jubelo del core - che fai cantar d'amore”, collegato con la vittoria sul vizio della gola. Forse abbandonato per qualche tempo - ci volle vero coraggio da parte dei «frati devoti» per conservare alla Comunità i romitori più solitari e più confacenti allo spirito francescano, e si rischiò, in quegli anni, perfino di perdere la Verna! - fu concesso a S. Bernardino da Siena nel 1426 da papa Martino V. Sicura è la permanenza e la predicazione del B. Bernardino da Feltre, in Pantanelli, dove una volta, per ascoltarlo, concorsero da Orvieto oltre tremila persone. Più a lungo vi dimorò e vi predicò un altro famoso oratore francescano: il B. Ambrogio da Milano (intorno all'anno 1504). Famoso per santità e miracoli, vi abitò anche il B. Raffaele di Norcia, morto e sepolto (1540) nel convento di S. Francesco di Lugnano in Teverina (Terni).
Dopo l’ampliamento e sistemazione - che pur oggi rimane inalterata -, sin dal sec. XVIII, il luogo di Pantanelli fu designato a Convento di recollezione. Soppresso per due volte, e successivamente riacquistato dai religiosi, S. Angelo di Pantanelli, dopo un breve periodo di abbandono, nel 1927 fu nuovamente sede di minoriti. La chiesa, semplice e povera, il cui aspetto risale al 1703, risulta di tre piccole navate con due cappelline laterali; l’interno - privo di speciali decorazioni e di grandi valori artistici - , vede sull’altare maggiore, dietro una tela del Polinori, una Crocifissione ad affresco di un seguace di Pierantonio Mezzastris. Accanto all’ingresso è un’Annunciazione, molto danneggiata, attribuita al Pastura.
Un pensiero di pace e d’amore, a Pantanelli, è possibile anche nel nostro tempo.
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